lunedì 23 maggio 2011

NYOGEN SENZAKI E PAUL REPS “101 STORIE ZEN“ . "101 ZEN STORIES"

NON SO QUANTE VOLTE HO LETTO, RILETTO O SFOGLIATO IL LIBRO SCRITTO DA NYOGEN SENZAKI E PAUL REPS INTITOLATO “ 101 STORIE ZEN “.

Edito in lingua inglese nel 1957, è stato tradotto in italiano da Adriana Monti e stampato, nel 1973, per le edizioni Adelphi.

Il libro è composto da una serie di aneddoti, in totale 101, e da questo prende il nome.
Le storie comprendono dei kōan Zen, i più affascinanti, che consistono in un quesito, di difficile soluzione, affidato dal maestro zen al discepolo, a cui chiede la soluzione. Altre sono tratte dal Shasekishū ( 沙石集, Raccolta di pietre e di sabbia), scritto fra l 1279 e il 1283, dal maestro buddhista zen giapponese Mujū Ichien (無住一円, 1226-1312). Altre ancora risalgono al diciannovesimo e ventesimo secolo.

La ventisettesima storia è intitolata:

La voce della felicità

Dopo la morte di Bankei, un cieco che viveva accanto al tempio del maestro disse a un amico: «Da quando sono cieco, non posso osservare la faccia delle persone, e allora devo giudicare il loro carattere dal suono della voce. Il più delle volte, quando sento qualcuno che si congratula con un altro per la sua felicità o il suo successo, afferro anche una segreta sfumatura di invidia. Quando uno esprime il suo rammarico per la disgrazia di un altro, sento il piacere e la soddisfazione, come se quello che si rammarica sia in realtà contento che nel suo proprio mondo ci sia ancora qualcosa da guadagnare.
«La voce di Bankei, però, sin dalla prima volta che l'ho sentita, è stata sempre sincera. Quando lui esprimeva la felicità non ho mai sentito null'altro che la felicità, e quando esprimeva il dolore, il dolore era l'unico sentimento che io sentissi».



NYOGEN SENZAKI E PAUL REPS “101 STORIE ZEN“ . "101 ZEN STORIES"



domenica 17 aprile 2011

L’ ELEFANTE E L’ARTE GIAPPONESE


Pensare all’arte nata in Giappone e associare gli elefanti non è certo cosa comune, altre raffigurazioni di animali popolano quel mondo, ma cercando con cura, scopriamo che questo pachiderma, d’origine non locale, non è proprio sconosciuto agli artisti operanti in Giappone, anche se non è soggetto frequente.

Nel Giappone antico, gli elefanti erano conosciuti solo per mezzo delle raffigurazioni provenienti dalla Cina e per l’avorio tratto dalle loro zanne, lavorato, da lungo tempo e da molti artisti intagliatori, in oggetti d’uso e decorativi. Era considerato come l’emblema della saggezza.

Questo animale giunse fisicamente sul suolo giapponese nella prima metà del XVIII secolo, dono del re del Siam. A questo periodo si fa risalire un aneddoto che non tardò a divenire un soggetto nelle opere di molti artisti e, in un secondo tempo, ad acquisire un secondo significato.

Si narra che la notizia dell’arrivo in terra giapponese dell’elefante avesse incuriosito moltissime persone e molti si recavano ad ammirare quello che i giapponesi identificavano come la più bella opera fuoriuscita dalla creazione. Fra questi individui, un gruppo di persone, private della vista, volle esaminare, con il tatto, l’animale.

Le notevoli dimensioni del mammifero, permisero che ogni non vedente fosse costretto solo ad un esame di una piccola parte. L’animale fu circondato e ognuno, in base alla porzione che gli competeva e alle proprie sensazioni, cercò di descrivere il mammifero. Come è logico intuire, tutte le narrazioni furono diverse e in nessun caso inerenti alla realtà. Col tempo, come spesse volte accade nella terra di Yamato, questo aneddoto acquisisce un significato ulteriore, diventando il monito a non giudicare da un solo punto di vista ciò che non si conosce.

Hokusai, con grande arguzia, illustrò questa situazione, in una incisione. La stampa appartiene alla raccolta “ Sillabario per trasmettere il vero spirito “.

L’elefante è anche il riferimento per l’identificazione di due personaggi che si possono ritrovare raffigurati in quest’arte, sono : Tai Shun e Kokusenya.

Tai Shun è usualmente rappresentato come un ragazzo con un elefante. Figlio di un vecchio cieco, chiamato Ku Sow, fu inviato, dai suoi genitori, sulle montagne a coltivare la terra. Accettando il suo destino, parti e si predispose al duro lavoro. Nel suo faticoso compito trovò l’aiuto di un elefante, il quale trainava l’aratro nel campo, arando al suo posto. L’imperatore Yao, conosciuta la condizione del ragazzo, provò per lui della pietà e, per compensarlo, gli diede una delle sue figlie come moglie. Questo permise a Tai Shun di diventare il successore al trono imperiale. La vita di questo ragazzo è identificata come uno dei ventiquattro modelli di virtù dei figli.

Kokusen’ya fu un famoso pirata vissuto nel diciassettesimo secolo, figlio di un padre di origine cinese, Cheng Che Lung, e di una madre giapponese, chiamato dai gesuiti Coxinga. Fu catturato nell’isola di Formosa e le sue audaci azioni, caratterizzate da umorismo macabro, lo porteranno alla notorietà. E’ raffigurato, come un uomo di piccola statura, nell’atto del furto di una tigre o di un largo elefante, mentre si allontana dal luogo della rapina con l’inusuale bottino.

La raffigurazioni dell’elefante è entrata anche negli accessori di ornamento delle lame giapponesi. Dal era Kyōhō, (1716-1735), si realizzano tsuba raffiguranti un elefante, il primo artista a introdurre questo soggetto fu Yasuchika.

L’iconografia del Buddismo permette altre comparse dell’elefante. In Giappone, la divinità buddista Fugen Bosatsu, chiamata in Cina Pu Hien. E’ citato nel testo del Sutra del Loto e viene raffigurato seduto su elefante, alcune volte con pelle bianca, o, più raramente, su un gruppo di elefanti. Può succedere che l’elefante o gli elefanti presentino tre paia di zanne. Generalmente è rappresentato mentre regge, fra le mani, un rotolo scritto, più raramente con un fiore di loto. E’ la divinità che impersona gli insegnamenti del Buddha, dispensa la conoscenza e saggezza. In Giappone, la qualifica di Bosatsu è destinata ad un individuo che, anche se gli è permesso, ha fatto voto di non entrare nel Nirvana fino a quando tutte le altre creature non potranno accedervi con lui, nel frattempo, aiuta e salva tutti coloro che sono prigionieri nel ciclo delle rinascite.

Una curiosità, leggendo un fumetto giapponese, il verso dell’elefante è scritto “paooooooon”.






Incisione xilografica, stampata in color nero, raffigurante "un elefante e otto uomini", ideata da Katzushita Hokusai, è una illustrazione del libro appartenente alla raccolta Sillabario per trasmettere il vero spirito





IN ACCORDO CON LA LEGGE 22/04/1944 NUMERO 633, CONSOLIDATA NEL 2008, SULLA PROPRIETA’ INTELLETTUALE, L’INTERO CONTENUTO DI TESTI, IMMAGINI E SUONI PUBBLICATO IN http://kottoya.blogspot.com/ E’ PROPRIETA’ PRIVATA, SALVO QUANDO DIVERSAMENTE SPECIFICATO. NE SONO STRETTAMENTE PROIBITI, LA RIPRODUZIONE, ANCHE PARZIALE, E QUALUNQUE ALTRO USO SENZA ESPLICITA AUTORIZZAZIONE. OGNI ABUSO SARA’ PERSEGUITO A NORMA DELLELEGGI VIGENTI.

mercoledì 9 marzo 2011

Kyusen, l’ arco e le frecce




Kyusen, l’ arco e le frecce Il samurai era addestrato all’ uso di molti tipi d’arma, fra queste è obbligo menzionare l’ arco, in giapponese yumi; nell’ antico Giappone n’esistevano di varie grandezze e forme, creando moltissime varianti del tipo fondamentale, conosciuto con il nome di fusedake no yumi oppure mamaki yumi, lungo dai 1,80 ai 2 metri, molto resistente ed elastico, era rinforzato da sottili strisce di bambù, legate esternamente in vari punti alla struttura linea dell’ arco.

Nella tradizione militare del Giappone l’ arco condivide con la spada un eguale prestigio, rappresentano entrambi l’ emblema dell’ indomita forza guerriera, dei poteri di concentrazione e determinazione e un simbolismo religioso, anche se, nella cultura giapponese, tutti i personaggi di posizione sociale elevata erano felici quando venivano divulgate e acclamate le loro qualità di arciere ma, cercavano di far passare inosservate le prodezze realizzate con la spada.

Usato largamente dai guerrieri a cavallo, i quali, come descrivono i testi antichi, al galoppo, guidando con le sole gambe l’ animale, scagliavano le loro frecce, in una rapida successione, contro gli avversari in battaglia, ferendoli e lasciando ai fanti il compito di inferire il colpo di grazia.
L’ avvento delle armi da fuoco e il loro impiego in guerra ridusse l’ importanza strategica dell’ arco e dell’ arciere nel campo di battaglia ma non offuscò il prestigio della disciplina, paradossalmente rafforzando la relazione fra l’ arco e la freccia e la leggendaria nascita della nazione giapponese.

In epoca neolitica le punte delle frecce erano realizzate in osso o in pietra e già si presentavano in un vasto repertorio di fogge, la più peculiare era costituita da una punta composta da due alette ( Karimata ). L’ importazione del metallo nell’ isola nei primi secoli dopo Cristo permise la realizzazione di punte di freccia fuse in bronzo e in ferro, anche in questa seconda fase ritroviamo un vasto repertorio di forme: lanceolate ( hokoya ), triangolari ( hirane ), a foglia di salice ( yanagiba ) e così via.

Le frecce, in giapponese ya, erano realizzate da un Ya – haki, fabbricante di frecce, erano costituite da un’asta di canna, in giapponese yagara, di lunghezza variabile, con punte, in giapponese yajiri, realizzate con materiali e forme molteplici, secondo l’ utilizzo, tanto da creare un enorme varietà di fogge e grandezze che non permettono una compiuta classificazione, per esempio, avevano la punta di legno a forma di pera quelle usate per esercitarsi al tiro al bersaglio, di contro le frecce per la guerra o per la caccia erano realizzate con acciaio dalla tempra fine.

Tutti i tipi di punta di freccia erano innestati in aste di canna di bambù, stagionate e oculatamente scelte in base alla potenza dell’ arco, con i nodi fra le diverse sezioni accuratamente lisciati, l’ innesto avveniva tramite lunghi codoli appuntiti a sezione quadrata, la freccia misurava dai 75 cm al metro di lunghezza totale, nella parte iniziale c’ erano tre o quattro piume timoniere, preferibilmente in penne d’ aquila, chiamate ya no ha, vicino alla inpennatura era collocato lo hazu, taglio nella canna praticato all’ estremità che permetteva  la collocazione della corda dell’ arco.

Erano fabbricate principalmente nelle province di:  O-wari,  Ka-ga e Echi-zen. Famosi spadai e abili artisti del  metallo, in tutti i tempi, si dedicarono alla forgia di perfette e calibrate punte di freccia, talora arricchite con un fine lavoro di traforo o cesello, realizzando un decoro che impreziosiva la freccia con iscrizioni o motivi araldici ( Mom ), questi ornamenti erano tipici delle punte di freccia ad uso simbolico, forgiate come dono votivo per i santuari shintoisti o i templi buddisti, non avendo altra valenza che quella augurale potevano presentare dimensioni considerevoli, sino ai 30 cm di lunghezza.

Le principali categorie delle punte di frecce (yajiri) sono:
·              yanagi – ba, sono punte di freccia a forma di foglia di salice, la cui lunghezza può arrivare ai 15,3 cm, erano usate per la caccia e in guerra contro bersagli non molto protetti, perché aprivano ferite più ampie, riducendo il tempo di morte per dissanguamento.

·              togari – ya, sono le freccia a punta, sia sottile che ampia, in questo caso si definiscono “ a punta di lancia”, la lunghezza poteva raggiungere i 20,3 cm, normalmente si presentano a sezione romboidale, a volte potevano essere forgiate a sezione triangolare, chiamate sankaku.

·              karimata, la punta della freccia è composta da due punte, il termine si traduce “ volo dell’ oca selvaggia “ e vuole indicare che le due punte rappresentano le ali dell’ oca in volo, possono essere “ ko kari mata “ se le due punte sono ravvicinate oppure “ O kari mata “ se le due punte sono molto distanti, la distanza delle due punte, nei casi conosciuti, varia dai 3,6 ai 16 cm. Le freccie più antiche appartenenti a questa tipologia sono sempre prive di trafori mentre quelle moderne sono più o meno finemente lavorate e traforate, soprattutto quelle del XVI e XVII secolo.

·              watakushi, termine giapponese che si traduce in “strazia – carne”, sono punte di freccia dalla forma uncinata, riconoscibili dalla loro conformazione a doppio amo, questo è il motivo del loro grazioso nome “ sradica intestini “, si presentano con diverse varianti nella forma, alcune delle quali, a causa delle affinità con le categorie precedenti, possono creare seri problemi di catalogazione.

Le punte aguzze, togari – ya, abilmente modellate in forme sottili e penetranti, in questa foggia erano in grado di trapassare piastre di metallo di armature e scudi, sempre usate contro le corazze erano delle punte forgiate con la forma di una virgola, benché sbilanciate, erano in grado di infilarsi, al momento dell’ impatto, fra le lamine costituenti le armature.















IN ACCORDO CON LA LEGGE 22/04/1944 NUMERO 633, CONSOLIDATA NEL 2008, SULLA PROPORUETA INTELLETTUALE, L’INTERO CONTENUTO DI TESTI, IMMAGINI E SUONI PUBBLICATO IN http://kottoya.blogspot.com/ E’ PROPRIETA’ PRIVATA, SALVO QUANDO DIVERSAMENTE SPECIFICATO. NE SONO STRETTAMENTE PROIBITI, LA RIPRODUZIONE, ANCHE PARZIALE, E QUALUNQUE ALTRO USO SENZA ESPLICITA AUTORIZZAZIONE. OGNI ABUSO SARA’ PERSEGUITO A NORMA DELLELEGGI VIGENTI.

venerdì 4 marzo 2011

NYOGEN SENZAKI E PAUL REPS “101 STORIE ZEN“ . "101 ZEN STORIES"


NON SO QUANTE VOLTE HO LETTO, RILETTO O SFOGLIATO IL LIBRO SCRITTO DA NYOGEN SENZAKI E PAUL REPS INTITOLATO “ 101 STORIE ZEN “.

Edito in lingua inglese nel 1957, è stato tradotto in italiano da Adriana Monti e stampato, nel 1973, per le edizioni Adelphi.

Il libro è composto da una serie di aneddoti, in totale 101, e da questo prende il nome.
Le storie comprendono dei kōan Zen, i più affascinanti, che consistono in un quesito, di difficile soluzione, affidato dal maestro zen al discepolo, a cui chiede la soluzione. Altre sono tratte dal Shasekishū ( 沙石集, Raccolta di pietre e di sabbia), scritto fra l 1279 e il 1283, dal maestro buddhista zen giapponese Mujū Ichien (無住一円, 1226-1312). Altre ancora risalgono al diciannovesimo e ventesimo secolo.

La terza storia, è intitolata:

Ah sì?

Il maestro di Zen Hakuin era decantato dai vicini per la purezza della sua vita.
Accanto a lui abitava una bella ragazza giapponese, i cui genitori avevano un negozio di alimentari. Un giorno, come un fulmine a ciel sereno, i genitori scoprirono che era incinta.
La cosa mandò i genitori su tutte le furie. La ragazza non voleva confessare chi fosse l'uomo, ma quando non ne poté più di tutte quelle insistenze, finì col dire che era stato il maestro di Zen Hakuin.
I genitori furibondi andarono dal maestro. «Ah sì?» disse lui come tutta risposta.
Quando il bambino nacque, lo portarono da Hakuin. Ormai lui aveva perso la reputazione, cosa che lo lasciava indifferente, ma si occupò del bambino con grande sollecitudine. Si procurava dai vicini il latte e tutto quello che occorreva al piccolo.
Dopo un anno la ragazza, madre del bambino, non resistette più. Disse ai genitori la verità: il vero padre del bambino era un giovanotto che lavorava al mercato del pesce.
La madre e il padre della ragazza andarono subito da Hakuin a chiedergli perdono, a fargli tutte le loro scuse e a riprendersi il bambino.
Hakuin non fece obiezioni. Nel cedere il bambino, tutto quel che disse fu: «Ah sì?».



NYOGEN SENZAKI E PAUL REPS “101 STORIE ZEN“ . "101 ZEN STORIES"

sabato 26 febbraio 2011

KOZURE OKAMI – SAMURAI - ITTO OGAMI - DAIGORO


La serie televisiva, il cui titolo originale era "Kozure ôkami" fu trasmessa in Italia con il titolo “Samurai". Ambientata nel Giappone di epoca Edo, vedeva come protagonista l’attore Kinnosuke Yorozuya, che interpretava la figura di Ôgami Ittô e Daigoro, il figlio di Itto Ogami, interpretato da Akihiro Tomikawa.

Più volte proposta da emittenti locali, è stata anche programmata da Rete Quattro e da Italia Sette, era composta da 79 episodi, divisi in tre serie.

Gli episodi della prima serie sono ventisette, questo solo per la versione italiana dove compare “Oyuki” , un episodio che non compare nelle versioni di altri paesi.

1.                 Dramma del passato (My Son and My Sword for Hire)
2.                 Il villaggio del terrore (Fangs of the Wolf)
3.                 Il messaggio di Seikiki (Ikkoku-Bashi Bridge)
4.                 Dolorosi ricordi (Highway of Assassins)
5.                 Daigoro e Omatsu (The Lowly Maid)

Oyuki ( solo edizione italiana )

6.                 Omatsu (Amya and Anema)
7.                 Il fucile di Sakai (The Guns of Sakai)
8.                 La difesa della libertà (The Castle Wall Attack)
9.                 Il ritorno di Gumbei (Six Roads to Infinity)
10.            Okoh (Baby Cart on the River Styx)
11.            Il rivale di Itto Ogami (Deer Hunters)
12.            Uccidete il Duca (Chiyo's Boat)
13.            La ladra misteriosa (No Betrayal)
14.            Da oriente a occidente (North to South, East to West)
15.            Erbe miracolose (Night of Fangs)
16.            La fiducia perduta (Cloud Tiger, Wind Dragon)
17.            Degno discepolo (Executioner Asaemon)
18.            Un samurai in piazza (Half Mat, One Mat, Two And A Half Go Of Rice)
19.            La morsa si stringe (The 8 Gate Attack Formation)
20.            Il fiore del ricordo (Chrysanthemum Inn)
21.            La festa dei mercenari (The Crossing Guard)
22.            Un'erba chiamata Kanoji (The Tragedy Of Beku No Ji)
23.            La donna del samurai (Thread of Tears)
24.            I traghettatori (The Yagyu Letter)
25.            Un degno erede (Daigoro's Song)
26.            Agguato mortale (Drifting Shadows)

Gli episodi della seconda serie sono ventisei, in tutte le lingue:

1.                 Il confine tra la vita e la morte (Blackfaces of Death)
2.                 Il vento del sud (Dark Southern Winds)
3.                 Le cinque ruote (Yagyu Five Prong Attack)
4.                 Aspettando la pioggia (The Late Autumn Rain)
5.                 L'inverno è già arrivato (Mid Winter Arrival)
6.                 Il bambino rapito (The Decoy)
7.                 La malattia (The Wolf Cometh)
8.                 Prestito di sangue (Japanese Silver Leaf)
9.                 Cinque eroi per un assassino (Women's Castle)
10.            La persecuzione continua (Exorcism Day)
11.            Tre fratelli per Itto (Whistle of the Winter Wind)
12.            Il signore delle campane (The Bell Ringer)
13.            Vendetta nel carcere (The Red Cat Beckons)
14.            La banda degli Orisuke (Footman's Demise)
15.            Freddo inverno (Destroy Hot Stones)
16.            Il corriere delle sette leghe (Seven Ri Runner)
17.            Il fantasma di Mamesho (Memasho The Cop)
18.            Le lanterne votive (Floating Lanterns)
19.            Il sogno d'inverno (Beginning of Winter)
20.            La barriera di Makone (The Female Inspector)
21.            Le donne degli agenti dell'erba (Resolute Women)
22.            Il maestro d'armi (Suio Style Zanbato Blade)
23.            Il funerale prima della morte (The Living Dead)
24.            La stella cadente (An Ill Star)
25.            La tredicesima corda (Thirteen Strings)
26.            Kozeka (Sayaka)

Gli episodi della terza serie sono ventisei, in tutte le lingue:

1.                 Caccia al lupo (Seeking Immortality)
2.                 I quattro sicari (Wet Nurse's Parasol)
3.                 Operazione inferno (No Tomorrow)
4.                 Spie in pensione (The Silk Cloud)
5.                 Il sapore della cucina materna (A Mother's Taste)
6.                 Il sacrificio di Ayme (Your Life is Mine)
7.                 Le cinque sorelle (Five Sisters of Death)
8.                 La sposa contesa (Season of Death)
9.                 Missione d'amore (Unfortunate Pair)
10.            Il cucciolo (Ominous Path)
11.            Il fiore della felicità (The Flower of Happiness)
12.            Il tiratore scelto (The Hand Cannon)
13.            La luna piena e il muragumo Yagiu (The Moon of Desire)
14.            Il capo assaggiatore dello Shogun (Omens Good and Bad)
15.            Tamo Abe (Abe the Monster)
16.            La rabbia furiosa di Retsudo (Wildfire)
17.            Il profumo della battaglia (The Scent)
18.            Le bombe a mano di Daigoro (The Roaring Thunder)
19.            L'inondazione (Light on the River of Blood)
20.            Fissandosi negli occhi (The Showdown)
21.            La banda del lupo (Impending Death)
22.            Daigoro / DAIGORO E OMATSU (Fathers and Sons)
23.            Battaglia senza luce(Attack in the Shadows)
24.            La difesa delle spade (The Guardian)
25.            Le onde della vita (Waves and Flutes)
26.            Il duello (Swordsmanship)


giovedì 10 febbraio 2011

UNA CERIMONIA DI "HARAKIRI" DESCRITTA DA LORD REDESDALE

L’autore di questo scritto è Lord Redesdale, egli fu il primo spettatore, non giapponese, di una cerimonia di hara-kiri, invitato come testimone dell’avvenuto, divenne il cronista dell’episodio che comparirà per la prima volta nel libro da lui scritto e intitolato “ Racconti del Giappone antico “.

Il brano descrive un esempio di un seppuku nella sua forma più onorata. Imposto a seguito di una sentenza di morte. Per chi trasgrediva la legge era prevista la pena di morte e il seppuku concedeva al condannato la possibilità di togliersi la vita da solo. Si afferma cosi il principio che se da una parte il seppuku era forma di autopunizione o di espiazione delle proprie colpe, era concesso, solo a chi, pur avendo trasgredito alle regole, era degno del massimo rispetto da parte di chi aveva pronunciato la condanna. Quando si verificavano queste condizioni, il condannato era guardato con grande rispetto e il trapasso era onorato da una cerimonia solenne.

Il condannato era Taki-Zenzaburō, un ufficiale al servizio del principe di BizenPer leggere l'articolo completo vai nel blog di LIBRIRARIEANTICHI.IT 

 D’altronde in quale altro paese al mondo si impara che l’estremo tributo d’affetto che può portare a un caro amico potrebbe essere quello di fungere da suo esecutore ?.( tratto con modifiche e aggiunte da J. Seward, Hara.Kiri, Mediterranee )


“ Esecuzione per decapitazione “
Fotografia scattata da Felice Beato nella seconda metà del XIX secolo








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giovedì 3 febbraio 2011

TAMAHAGANE, IL METALLO PER PRODURRE LE SPADE GIAPPONESI


Leggi l'aggiornamento dell'articolo nel blog di RARI e ANTICHI

Il tamagahane è il metallo usato per la realizzazione delle lame giapponesi di fabbricazione tradizionale. Il termine si può tradurre in “ acciaio gioiello “, esprimendo in questo modo la preziosità che questo materiale assume nella sensibilità del popolo giapponese. E’ alla base della riconosciuta qualità delle lame prodotte nella Terra del Sol Levante, caratterizzato da un minimo contenuto di carbonio che verrà ulteriormente diminuito in fase di forgia, dall’assenza di qualunque impurità e da un basso contenuto di zolfo e fosforo, causa dell’indebolimento della lama. Realizzato con il metodo chiamato della "tatara", una fornace in creta, costruita appositamente e distrutta, alla fine del processo di lavorazione, per poter accedere all’acciaio prodotto. Il forno "tatara" misura tre metri di lunghezza, uno di larghezza, per uno e mezzo di altezza, all'interno, in modo graduale, vengono versati sabbia ferrosa, in giapponese satetsu, e carbone di pino; per mezzo del fuoco ne consegue arroventatura e la fusione del materiale ferroso. Il processo di produzione dura ininterrottamente per più di 70 ore; in questo lasso di tempo la sabbia fonde, perdendo le impurità e acquisendo le caratteristiche qualitative desiderate, per poi consolidarsi in un solo grande aggregato. Otto tonnellate di sabbia ferrosa, tredici tonnellate di carbone, permettono di produrre in blocco d’acciaio del peso compreso fra le due e le due e mezzo tonnellate, del quale una sola tonnellata è tamagahane. Dal 1977 il tamagahane è prodotto negli impianti statali di Yokotamachi, nella prefettura di Shimane e venduto esclusivamente ai fabbri autorizzati a forgiare lame tradizionali giapponesi.

Per chi volesse visionare dal vivo questo materiale, kottoya dispone di una piccola quantità di questo metallo, avuto direttamente dagli impianti statali di Yokotamachi.




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